Storia del commercio dell'oppio

Karl Marx (1858)


Tradotto direttamente dalla versione in inglese presente sul MIA (primo e secondo articolo) e trascritto da: Leonardo Maria Battisti, aprile 2018


I. Meglio il commercio o il contrabbando? [New York Daily Tribune, 20 settembre 1858]

31 agosto 1858

La notizia dei trattati di Tientsin estorti alla Cina dai plenipotenziari alleati pare aver rievocato gli scenari lucenti di immensi sbocchi commerciali che balzarono agli occhi del mondo mercantile nel 1845 alla fine della Prima guerra dell'oppio. Ma, posto che il telegrafo di Pietroburgo1 trasmetta il vero, è proprio sicuro che al moltiplicarsi degli empori dovrà seguire un aumento degli scambi con la Cina? C'è qualche possibilità che la Seconda guerra dell'oppio porti a risultati migliori della Prima guerra dell'oppio? Di sicuro il Trattato di Nanchino non promosse le esportazioni britanniche e americane in Cina bensì riuscì solo precipitare e aggravare la crisi commerciale del 1847. Similmente (facendo sognare un mercato inesauribile e fomentando speculazioni sbagliate) il nuovo trattato può contribuir a preparar una nuova crisi mentre il mercato mondiale si sta a malapena risollevando dal recente shock generale2. Oltre a un esito negativo, la Prima guerra dell'oppio ottenne di stimolare il commercio della droga a spese del commercio legale; altrettanto farà la Seconda guerra dell'oppio, salvo una pressione generale del mondo civile costringa l'Inghilterra a cessare la coltura forzata dell'oppio in India e lo spaccio armato di quest'oppio in Cina. Tralascio la moralità di tale commercio, che Montgomery Martin3(un inglese, badate bene!) descrive nei termini seguenti:

«Il traffico degli schiavi era misericordioso rispetto al commercio dell'oppio. Noi non distruggevamo i corpi degli africani poiché era nostro interesse immediato tenerli in vita; non ne abbiamo svilito la natura, corrotto lo spirito, ucciso l'anima. Ma il venditore d'oppio uccide il corpo dopo aver corrotto, degradato e ucciso la vita morale d'infelici peccatori, mentre ogni ora che passa reca nuove vittime a un insaziabile Moloch, al cui altare accorrono l'assassino inglese e il suicida cinese»4.

I cinesi non possono comprar sia l'oppio sia merci. Attualmente l'espansione del commercio con la Cina è tutta espansione del traffico dell'oppio, il cui aumento è incompatibile con gli sviluppi del commercio legale. Su ciò tutti concordavano due anni fa. Una commissione parlamentare per lo studio dei rapporti commerciali sinobritannici (nominata nel 1847) concludeva così il suo rapporto:

«Ci duole che il commercio con la Cina sia da qualche anno assai deludente e che il risultato dell'estensione degli scambi non abbia affatto realizzato le aspettative giustamente riposte sul libero accesso a un sì stupendo mercato. Parci che le difficoltà del commercio non derivano da una scarsa domanda di manufatti britannici in Cina o dalla sempre maggior concorrenza di altre nazioni. L'acquisto dell'oppio assorbe tutto l'argento a discapito del traffico generale coi cinesi; e tè e seta devono pagare il resto»5.

Generalizzando tali conclusioni, The [Overland] Friend of China (28 luglio 1849) scrive senza mezzi termini:

«Il commercio dell'oppio è in costante sviluppo. Il maggior consumo di tè e seta in Gran Bretagna e negli USA si traduce solo nella maggior vendita d'oppio; le manifatture sono senza scampo».

In un articolo apparso nel gennaio 1850 sul Merchant's Magazine6 uno dei maggiori esportatori americani in Cina riduceva l'intera questione dei traffici con la Cina al dilemma: «Quale branca dell'attività commerciale va abolita: il traffico dell'oppio o l'esportazione di prodotti americani o inglesi?».

Pure i cinesi la pensavano così. Montgomery Martin scrive: «Chiesi al taoutai7 di Shanghai il miglior modo d'accrescer i nostri scambi colla Cina, e la sùbita risposta che mi dette in presenza del capitano Balfour, console di Sua Maestà, fu: “Cessate di spedirci tanto oppio e noi potremo comprare i vostri manufatti”».

La storia generale del commercio negli ultimi otto anni ha provato tale tesi in modo nuovo e incisivo; ma, prima di analizzare gli effetti deleteri del commercio dell'oppio sui commerci legali, vorremmo dare una breve scorsa all'origine e al progresso di tale mirabile traffico che merita un posto a sé negli archivi dell'umanità (sia se badiamo ai tragici conflitti che, per così dire, formano l'asse intorno a cui ruota, sia badiamo agli effetti sui rapporti generali fra il mondo orientale e il mondo occidentale).

Prima del 1767, le quantità di oppio esportata dall'India non superava le 200 casse da 133 libbre l'una. In Cina l'oppio era ammesso come medicinale dietro pagamento di un dazio di tre dollari a cassa. All'epoca i portoghesi che lo trasportavano dalla Turchia erano i suoi importatori quasi esclusivi in Cina.

Ma nel 1773 il colonnello Watson e il vicepresidente Wheeler (persone degne di un posto accanto agli Hermentier, ai Palmer e ad altri avvelenatori di fama mondiale) suggerirono alla Compagnia delle Indie orientali l'idea di subentrare nel commercio dell'oppio con la Cina. Così fu stabilito un deposito in velieri ancorati in una baia a sudovest di Macao. La speculazione fu errata. Nel 1781 il governo del Bengala spedì in Cina un vascello armato carico d'oppio; nel 1794 la Compagnia ne allocò un altro a Whampoa (punto di ancoraggio per il porto di Canton). Pare che Whampoa si rivelò una sede più pratica di Macao dacché dopo soli due anni dalla sua scelta il governo cinese dovette emanare una legge infliggente ai contrabbandieri d'oppio percosse con una canna di bambù e il pubblico ludibrio con un collare di legno attorno al collo. Verso il 1798 la Compagnia delle Indie orientali cessò l'esportazione diretta di oppio ma ne divenne unica produttrice. Il monopolio dell'oppio si stabilì in India. Malgrado l'ipocrita divieto alle navi della stessa Compagnia di trafficar droga, le licenze date a navi private commercianti con la Cina avevano una clausola proibente loro di caricare oppio di produzione altrui, pena una grossa multa.

Nel 1800, le casse importate in Cina toccarono la cifra di due migliaia. Dall'inizio dell'800 la lotta fra la Compagnia delle Indie orientali e Cina (dopo aver preso nel '700 la forma tipica delle controversie fra mercanti stranieri e dogane nazionali) prese eccezionali forme peculiari: da un lato l'imperatore vietò [1799] sia l'importazione del veleno dai forestieri sia il suo consumo dai nativi (per frenare il suicidio del suo popolo); dall'altro, la Compagnia pose la coltura del papavero in India e il contrabbando dell'oppio in Cina al centro del suo sistema finanziario. Così mentre il semibarbaro osservava la legge morale, il civilizzato gli opponeva il principio del peculio. È un tragico couplet che niun poeta avrebbe saputo immaginar di più strano che un impero gigantesco (avente quasi un terzo del genere umano, immune all'azione del tempo, isolato dal divieto di ogni relazione internazionale per millantare la propria perfezione celeste) cadesse preda del fato in un conflitto mortale in cui gli esponenti di un mondo antico agissero per motivi etici mentre l'esponente della superiore società moderna lottasse per ottenere il privilegio di comprare nei mercati economici e di vendere nei mercati più cari.8

II. Libero scambio uguale monopolio [New York Daily Tribune, 25 settembre 1858]

3 settembre 1858

Fu l'assunzione da parte del governo britannico del monopolio dell'oppio in India a portar al divieto del commercio dell'oppio in Cina. Le pene dure inflitte dal legislatore celeste ai trasgressori, e il severo proibizionismo stabilito alle dogane furono altrettanto futili. L'effetto della resistenza morale dei cinesi fu la labe delle autorità imperiali (ufficiali delle dogane e dei mandarini in genere) da parte britannica. La corruzione che divorò il cuore della burocrazia e distrusse i bastioni della costituzione patriarcale cinese fu contrabbandata nell'impero assieme alle casse d'oppio dai mercantili britannici ancorati a Whampoa.

Promosso dalla Compagnia delle Indie orientali, invano avversato dal governo centrale di Pechino, il traffico d'oppio assunse per gradi proporzioni maggiori fino ad assorbir $2.500.000 nel 1816. L'apertura del commercio indiano in quell'anno (con la sola eccezione del commercio del tè, ancora monopolizzato dalla Compagnia delle Indie orientali) dette nuovo e potente stimolo alle azioni dei contrabbandieri inglesi. Nel 1820 il numero di casse contrabbandate in Cina era salito a 5147, nel 1821 a 7000, nel 1824 a 12.639. Frattanto il governo cinese (mentre inviava minacciose rimostranze ai mercanti stranieri e puniva i mercanti indigeni delle Hong noti come loro complici) mostrava un'energia insolita nel perseguire i consumatori d'oppio e metteva in atto controlli sempre più severi alle dogane. Il risultato finale (simile agli sforzi nel 1794) fu di spostar i depositi d'oppio da una base operativa precaria a una più comoda: Macao e Whampoa furono lasciate per l'isola di Lintin, all'imbocco del Fiume delle Perle, stabilendo i depositi su navi protette e armate all'inverosimile. Del pari la temporanea cessazione dell'attività delle 13 hong di Canton ottenuta dal governo cinese servì solo a metter il traffico d'oppio nelle mani di uomini di un ceto inferiore, pronti a esercitarlo a tutto rischio e con qualsiasi mezzo. Grazie alle infrastrutture così ottenute, il traffico aumentò da 12 639 casse nel 1824 a 21.785 nel 1834.

Come gli anni 1800, 1816 e 1824, così l'anno 1834 segna una pietra miliare nella storia del traffico d'oppio poiché la Compagnia delle Indie orientali, nonché perder il privilegio di negoziare il tè cinese, dovette interrompere ogni operazione commerciale essendo mutata da ente mercantile a ente di Stato. Il commercio con la Cina si spalancò alle imprese private britanniche che nel 1837 riuscirono a contrabbandare in Cina 39.000 casse d'oppio per un valore di 25 milioni di dollari, malgrado la resistenza accanita del governo del cinese. Due fatti sono notevoli ivi: dal 1816 in ogni miglioramento delle esportazioni in Cina il traffico d'oppio segna una parte sproporzionata; secondo fatto, di pari passo da parte del governo angloindiano col progressivo declino del suo interesse mercantile nel traffico d'oppio si accrebbe il suo interesse fiscale per questo traffico illecito.9 Nel 1837 il governo cinese giunse al punto in cui un'azione decisiva era inevitabile. Il continuo deflusso d'argento dovuto all'importazione dell'oppio iniziò a dissestare le finanze e la circolazione monetaria cinesi. Fu allora Heu Naetse (uno dei più abili statisti cinesi) a proporre di legalizzar la vendita dell'oppio per trarne introiti; ma, dopo un'ampia discussione (durata più di un anno fra tutti gli alti dignitari dell'impero) il governo decise di «non legalizzare il nefando traffico, visti i danni inflitti al popolo». Già nel 1830, un dazio sull'importazione del 25% avrebbe fruttato 3.850.000 dollari; nel 1837 avrebbe reso il doppio; ma il Celeste Barbaro si rifiutò di imporre una tassa il cui gettito sarebbe cresciuto in proporzione alla consunzione fisica e morale del popolo. Nel 1853 Hsien Feng, l'attuale imperatore, in circostanze ancor peggiori e consapevole dell'inanità di ogni sforzo per frenare l'importazione crescente di oppio, decise di persistere nella politica di tenace autodifesa dei suoi predecessori. Detto di passaggio, l'imperatore, perseguendo come eresia il consumo di oppio, poté dare a tale traffico tutti i vantaggi di una propaganda religiosa. Le misure eccezionali del governo cinese nel 1837, 1838 e 1839 (culminati nell'arrivo a Canton del commissario Lin che ordinò la confisca e distruzione dell'oppio contrabbandato) fornì il pretesto alla Prima guerra dell'oppio, le cui conseguenze furono la rivolta dei Taiping, l'esaurimento dell'erario, l'invasione russa a nord, e le norme d'espansione del traffico d'oppio a sud. Benché vietato nel Trattato con cui la Gran Bretagna chiuse una guerra iniziata e condotta in sua difesa, in pratica dal 1843 il traffico d'oppio ha goduto di totale impunità. Nel 1856 l'importazione era stimata in circa 35 milioni di dollari mentre, nello stesso anno, il governo angloindiano ricavava dal monopolio dell'oppio introiti di 25 milioni (un sesto delle sue entrate complessive). I pretesti coi quali si è dichiarata e condotta la Seconda guerra dell'oppio sono troppo noti per abbisognare di spiegazioni.

Tuttavia tale rassegna storica non può finir senza rilevare una flagrante contraddizione del governo britannico (dichiaratosi esportatore di cristianesimo civiltà). Nella sua veste imperiale si finge affatto estraneo al traffico di droga, anzi sigla trattati che lo vietano; eppure nella sua veste indiana obbliga il Bengala a coltivare il papavero nuocendo alle risorse produttive di quel Paese; impone a gran parte dei piccoli contadini la sua coltura e alletta un'altra parte a far lo stesso con offerte di capitali; conserva il monopolio della produzione della malefica droga; ne sorveglia con un esercito di spie la produzione, la consegna in posti stabiliti, la formulazione e preparazione secondo i gusti del consumatore cinese, la confezione in balle particolarmente atte al contrabbando, infine il trasporto a Calcutta, dove l'oppio è messo all'incanto e ceduto dai funzionari statali agli speculatori che lo affidano ai contrabbandieri verso la Cina. La cassa d'oppio che al governo inglese costa massimo 250 rupie è venduta alle aste di Calcutta a un prezzo che va da 1200 a 1600 rupie. Ma, non pago di tale complicità fattuale, lo stesso governo partecipa pubblicamente alle operazioni con mercanti e spedizionieri che si lanciano nell'impresa rischiosa di avvelenare un intero impero.

Invero il bilancio del governo britannico in India dipende ormai (nonché dal traffico d'oppio colla Cina) dal suo carattere illegale; infatti per l'erario angloindiano sarebbe catastrofico se il governo cinese legalizzasse la vendita dell'oppio e la coltura del papavero in Cina. Così il governo britannico ufficialmente predica il libero scambio del veleno mentre in segreto difende il monopolio della produzione. Davvero, a studiar da vicino l'essenza del liberoscambismo britannico, alla base della sua «libertà» si scopre pressoché sempre il monopolio. 


Note

1. Le prime notizie sul trattato di Tientsin (concluso nel giugno dal governo Derby e dal suo ministro degli Esteri Malmesbury) erano pervenute in Inghilterra per telegrafo da Pietroburgo.

2. Marx analizza la Crisi generale del 1857 in: Capitale, Libro III, sez. V (con numerosi riferimenti all'influenza esercitata su di essa dalle vicende del commercio cinese e indiano).

3. Robert Montgomery Martin [1801-1868]: tesoriere coloniale e membro del consiglio legislativo dell'appena acquisita isola di Hong Kong (1844-1845), costretto a dimettersi nel 1845 per aver mosso critiche (da un punto di vista etico e religioso) alla politica della Gran Bretagna nell'Estremo Oriente e al suo commercio dell'oppio.

4. Robert Montgomery Martin: China. Political, Commercial and Social Report to H.M. Government [1847], II, p. 261. Un'altra fonte di Marx furono gli ufficiali: Papers relating to che Opium Trade in China 1842-56 [1857].

5. Select Committee on Commercial Relations with China. Report and Minutes of Evidence [July 1847], pp. III, IV.

6. Merchant's Magazine: organo mensile del mondo commerciale britannico, fondato nel 1839.

7. Taoutai: funzionario civile, delegato nello stesso tempo al controllo delle forze armate e delle dogane nel distretto di sua giurisdizione.

8. Si legge in una petizione dei mercanti londinesi del 1820: «La massima di acquistare sul mercato meno caro e venderlo sul più caro, che regola ogni commerciante nelle sue attività personali, è applicabile come la massima migliore al commercio dell'intero Paese».

9. L'Economist (30 aprile 1853) scriveva: «Il nostro governo dell'India dipende per le sue entrate dalla vendita dell'oppio in Cina come gli inglesi dipendono dai prodotti di quell'impero per la colazione del mattino e il pasto della sera». Analogamente il Libro Azzurro 1895 (Royal Commission on Opium, vol. VI. Final Report. Part. I The Report): «Dobbiamo riconoscere che l'oppio è oggi una delle risorse principali del governo indiano».



Ultima modifica 18.04.2018